martedì, 25 marzo 2008

Hollywood!



Esiste forse un'immagine più rappresentativa di Hollywood e del cinema in genere?

Non credo.

PogoOpossum alle ore 17:10 | commenti (5)
categorie: cinema

 

giovedì, 28 febbraio 2008

Appunti e recuperi di inizio 2008 - parte I

Nicolas Cage è l'Indiana Jones del nuovo millennio, anche se con le dovute proporzioni (il suo Benjamin Franklin Gates non avrà mai lo stesso fascino e Cage non è certo Harrison Ford) ed insieme al bravissimo Turteltaub, che non è certo Spielberg (gli servono altri 1000 anni, ma intanto è sulla buona strada) da vita ad un divertente viaggio sulle montagne russe dell'avventura con il seguito del già buono Il mistero dei Templari; Il mistero delle pagine perdute è una pellicola ben calibrata che non maschera la sua voglia di divertire e di far passare ore liete in sua compagnia.
Ore pessime, invece, quelle passate durante la visione di robette come La bussola d'oro (non trovo parole per descrivere la sua scempiaggine) e L'allenatore nel pallone 2 (avrebbe potuto essere un piccolo ritorno trash di una figura mitica, invece si trasforma in un'accozzaglia di fiction tele-cinematografica: una cosa peggiore non si è mai vista).
Sorprendente, invece, un altro film italiano che avevo mancato alla sua prima uscita nelle sale: Mio fratello è figlio unico è un gradevolissimo film, pur con tutte le limitazioni del caso; regia traballante e montaggio mediocre (quasi da dilettante) ma con ottime interpretazioni di Zingaretti e Finocchiaro. Una sceneggiatura straordinaria (meglio del libro) e poi lui, il miglior attore italiano degli ultimi trent'anni, che recita da applausi: Elio Germano. Ed è merito suo se è tornata un po' la voglia di andare a vedere cinema italiano. Siccome una rondine non fa primavera non si può parlare di un Rinascimento del cinema italiano, ma la speranza cresce.
Infine, il grandissimo film firmato Ridley Scott: American Gangster. Un grandissimo saggio di come un film va diretto, interpretato, montato, sceneggiato, fotografato. Nulla da dire, nulla da aggiungere al perfetto meccanismo oliato dal grande regista statunitense (e dal montaggio del troppo bravo Pietro Scalia). Se è capolavoro o no, lo dirà solo il tempo. Intanto ci facciamo brillare gli occhi. Film così se ne vedono sempre meno e rischia di essere un fiore nel deserto, un grido inascoltato che rivendica quella qualità professionale che è necessaria al cinema.
Ad ogni modo, insieme ad American Gangster il miglior film visto nelle sale in questo primo periodo 2008 è Scandalo a Philadelphia (The Philadelphia Story per gli amanti dell'inglisc): straordinaria interpretazione di una divertente sceneggiatura di tre degli attori più bravi mai visti, anche se i sottotitoli non erano molto curati.
Mi dicono, tuttavia, che è del 1940. Mah, questi distributori italiani. Hanno impiegato 68 anni a portarlo qui in Italia... e dire che non è neanche un capolavoro.

PogoOpossum alle ore 01:53 | commenti (16)
categorie: cinema

 

venerdì, 01 febbraio 2008

Lo sguardo di Wilder

Il più grande film di tutti i tempi diretto dal più grande regista della storia. Viale del Tramonto è un'opera amara e indimenticabile. È uno sguardo su Hollywood e una cinica parabola sulla decadenza di molte star del muto. È un perfetto esempio (il più riuscito) di cinema nel cinema; una prova registica senza pari; una prova attoriale non confrontabile; una sceneggiatura perfetta.
Quando Joe ricorda chi è la donna di mezza età che ha di fronte, la risposta è un colpo al cuore della produzione cinematografica: «io sono sempre grande, è il cinema che è diventato piccolo».
Un gioco con le vite reali degli attori, con il cinema reale (la Paramount che presta i suoi studi, De Mille che è se stesso), con la storia del cinema.
Joe sceglie la vita facile in un mondo difficile, Norma vive avvitata su se stessa e i suoi ricordi, Max si è ritirato in un nichilistico servilismo. Il tutto, porterà al punto di partenza, a quel prologo folgorante e impregnato di significato.
Lo sguardo disincantato di Wilder si trasforma così in un malinconico e poetico atto d'amore, nelle parole di un'ormai impazzita Norma Desmond, che recita per l'ultima volta per Stroheim.
Formalmente ineccepibile, il capolavoro di Wilder demistifica impietosamente in punta di macchina da presa il mito di Hollywood; ma non è un film su Hollywood. È Hollywood.

PogoOpossum alle ore 00:56 | commenti (35)
categorie: cinema

 

martedì, 20 novembre 2007

Appunti da ottobre

Mese ricco di uscite interessanti, tra topi che fanno i cuochi e poliziotti che fanno i duri. La Pixar torna a far cartoni per bambini (e meno male che ogni tanto qualcuno si ricordi di loro) ma che tanto piacciono anche agli adulti; purtroppo, Ratatouille è deludente se si esclude la straordinaria animazione e la tecnica perizia messa in campo da quelli di Emmeryville: la storia è blanda – un topo che vuole fare il cuoco e un deficiente, che non a caso è l’erede del ristorante, che si fa guidare da esso – e il sottotesto è debole (meglio un film senza sottotesti, che un film che non sa portarli avanti). Della serie lancia il sasso e ritira la mano, a parte la stilettata doverosa verso la critica (che tanto non capirà). Assenza totale di sarcasmo, ironia o giocoso divertimento cibario, pieno di telefonate (il finale era così chiaro da essere ridicolo). Probabilmente alla Pixar manca qualcosa della Dreamworks, acida e corrosiva, proiettata fin troppo verso il mondo degli adulti (basti vedere il modo di intendere l’animazione completamente diverso). Insomma, un film che si dimentica facile (e che non fa ridere) dopo un paio di giorni, senza togliere meriti ai suoi creatori, comunque bravissimi. Che bello, tuttavia: nel campo dell’animazione sembra di stare ai tempi d’oro di Hollywood, tra la Paramount brutta, sporca e cattiva (Dreamworks) e la MGM sontuosa, elegante e raffinata (Pixar). Io sto con la Paramount da sempre.
Se si è usciti delusi dopo la visione del cartone, ecco che una piacevole sorpresa illumina lo schermo bianco della sala cinematografica: Die Hard 4 è straordinario. Questo giovincello, tale Wiseman (se non si perde, farà strada!), gira benissimo, curando la mdp afflitta da quell’odiosa malattia che la fa saltellare a destra e sinistra in ogni film d’azione e che sembrava un male necessario: finalmente qualcuno che dirige come si deve un film d’azione. Asciutto, chiaro, essenziale. Dentro l’inquadratura, invece, adrenalina pura, con dialoghi scoppiettanti e Bruce Willis più duro che mai. Che bello. Chi se ne frega se il protagonista ha lo spessore di una figurina (a parte che essendo il 4° capitolo, un certo retroterra ormai ce l’ha), ogni tanto ci piace racchiuderci in un’avventura inverosimile, con auto che abbattono elicotteri in volo e sparatorie di qui e di la che ci fanno passare un paio d’ore in leggerezza. Yuppi, yah, yeah.
A proposito di camere che saltellano di qui e di là, è uscita pure la terza (e pare ultima) parte della trilogia – che meriterebbe discorso a parte e prima o poi lo farò – dedicata al miglior agente segreto del cinema: The Bourne Ultimatum è uno straordinario meccanismo con una storia così forte alle spalle da fartelo piacere a tutti i costi. Paul Grengrass è bravo nel suo campo, non vi è dubbio, ma il suo linguaggio cinetelevisivo con quella macchina che si muove continuamente (diamine! Non hanno più soldi neanche per comprare una bella gru nuova quelli della Universal?) un po’ irrita e se nel secondo ho rimpianto Liman (dopo il primo capitolo passato alla produzione), che non è nemmeno niente di speciale, nel terzo ho rimpianto un Wiseman qualunque. Per fortuna la storia e il cast sono così perfetti – e anche il montaggio adrenalinico ci sta tutto – che ti fanno dimenticare questi brutti pensieri dopo cinque secondi e ti godi tranquillamente il film (certo, il dubbio resta: chissà che non veniva fuori un capolavoro con un grande regista). Storia bellissima, dunque. Tutta la trilogia è straordinaria e ha dalla sua un fascino tutto particolare. Jason Bourne è il miglior agente segreto della storia del cinema, perché tridimensionale, caratterizzato benissimo, il cui retroterra resta oscuro per lui e noi (la ragazza era la fidanzata o la sorella?). Matt Damon è perfetto ed è ormai come Sean Connery per James Bond: è il David Webb divenuto Jason Bourne. Questo 3° capitolo non delude e quel finale fantastico, stampato sul sorriso di Julia Stiles è un’invenzione sublime.
In fatto di ritorni, piacevole sorpresa la ricomparsa dell’epopea della frontiera. Quel treno per Yuma è un film che si lascia guardare, anche se Mangold non ha i tempi del racconto western e la tensione filmica è pari a zero; ci prova e va ammirato, ma i clichè restano tali e la pellicola non decolla. Ottimo Russel Crowe, bravo Bale (che non ho mai considerato più di tanto, ma solo gli stolti non sanno rivedere le proprie posizioni) anche se sembra un pesce fuor d’acqua; forse non c’è più materiale per l’epica western, oppure non ci sono i bravi a farlo. Intanto speriamo sia un inizio per qualcosa di meglio; ci manca così tanto il western da queste parti.
Infine, la nuova fatica di Gilliam: dopo la buona prova – chissà perché non apprezzata da molti – de I fratelli Grimm e l’incantevole strega, è tornato con questo Tideland; belle inquadrature, bellissima fotografia. Sul resto… quale resto? Il film? Non c’è nessun film (straordinario comunque Jeff Bridges). Non se ne sentiva il bisogno, ma tutto sommato è dal 1985 che non si sente il bisogno di Gilliam.

PogoOpossum alle ore 15:22 | commenti (32)
categorie: cinema

 

giovedì, 08 novembre 2007

25 anni da Mito

Un futuro ambiguo dove agli umani si affiancano dei replicanti, macchine dalla vita brevissima (4 anni) e dotate di ricordi artificiali di un passato mai vissuto. Ricordare, tuttavia, non è anche vivere?
Ridley Scott dirige il capolavoro che ha cambiato i canoni della fantascienza. Il resto è il mito di una pellicola ormai già leggendaria e immortale, dalla presenza perfetta di Harrison Ford – un detective/killer privato che sembra uscito da un noir degli anni Quaranta – al monologo indimenticabile di Hauer. In due parole: Blade Runner.
Il 18 dicembre uscirà un cofanetto dove ci sarà anche l'ultima versione voluta da Scott: Blade Runner, the final cut. Pare che questa sia quella definitiva, cioé quella che voleva davvero Scott. Onestamente non se ne sentiva la necessità, dopo il tradimento clamoroso del 1992, quando la straordinaria versione originale del 1982 fu mutilata non solo di un finale necessario, ma della voce fuori campo, fondamentale e dalla presenza di una sequenza aggiunta (quella famosa dell'unicorno), con cui si toglieva la poesia che involontariamente i produttori avevano creato quando Scott aveva superato il budget.
Meglio far buon viso a cattivo gioco, tuttavia: non solo non si può far peggio del 1992 (che, intendiamoci, sarebbe un signor film preso da solo), ma nel cofanetto sarà presente in DVD la versione originale, finora introvabile.
Della serie, non tutti i mali giungono per nuocere.
Buon compleanno, Mito.

PogoOpossum alle ore 17:11 | commenti (35)
categorie: cinema

 

lunedì, 05 novembre 2007

Il boy-scout della linea chiara

È l’emblema della linea chiara, della scuola belga (meglio conosciuta come franco-belga), un simbolo della storia del fumetto mondiale, frutto di un geniale quanto indispensabile autore che con quest’opera ha inventato quello stile – definito linea chiara, appunto – che grazie ad altri ha contribuito a diversi capolavori del fumetto mondiale (da Giardino a Van Hamme): Georges Remi, in arte Hergé, classe 1907.
Tin Tin è l’eterno ragazzo, boy-scout che affronta avventure fantastiche in giro per il mondo, che non ha un retroterra definito e un passato (come i personaggi disneyani), che viaggia sempre con il suo cane Milou e il simpaticissimo amante del whisky nonché capitano di marina Haddock.
La prima storia è del 1929 cui sono seguite altre ventitrè (l’ultima incompleta), nelle quali il protagonista ha vissuto storie tipiche della letteratura dell’Ottocento: dai viaggi spaziali agli omicidi e alle terre esotiche e immaginarie. L’autore ha usato la geografia e la storia per far da sfondo alle vicende del giovane reporter. Probabilmente oggi l’opera – che ha avuto un successo mondiale, tranne in Italia – risulta poco incisiva, sente il peso degli anni, forse perché figlia del proprio tempo, quando il fumetto era una splendida avventura disegnata.
Resta il testamento di un’opera fondamentale per la storia della nona arte e che ogni amante del fumetto dovrebbe conoscere. L’opera è finita con la morte dell’autore nel 1983.

Colgo anche l'occasione per ricordare i 30 anni di Ken Parker, il miglior fumetto seriale italiano, forse il miglior western a livello mondiale. So long, Lungo Fucile... So long.

PogoOpossum alle ore 16:30 | commenti (8)
categorie: fumetti

 

mercoledì, 17 ottobre 2007

Appunti da settembre

Io vi dichiaro Marito e marito: commediuola degli (fintamente) equivoci con il solito bravo Sandler a riempire la scena, qualche volta si ride, il più delle volte no; da non sottovalutare il sottotesto impegnato sulla discriminazione, perlomeno ci provano, ultimamente.

I Simpson: venti minuti già sono troppi, figuriamoci un film. I simpson sono ormai uno stanco riproporre un politicamente scorretto che non è, perché poi, alla fine, di messaggi rivoluzionari ne hanno sempre avuti pochi.

L'ultima legione: da un romanzo interessante con una bella storia e molte potenzialità (indipendentemente dal gusto personale), un film che peggio non si può, al cui confronto quella boiata colossale di 300 sembra diretta da Spielberg.

PogoOpossum alle ore 12:09 | commenti (24)
categorie: cinema

 

venerdì, 05 ottobre 2007

I supereroi del nuovo millennio

Prendete un'idea banale (all'epoca era geniale, ma il tempo stempera...) che, tutto sommato, funziona a meraviglia e inseritela in un contesto di destini incrociati di persone inconsapevoli (alla J.J. Abrams, per intenderci): quello che otterrete sono i nuovi X-Men aggiornati al 2000; Heroes parte dall'idea che l'evoluzione umana sia in pieno sviluppo, che alcune mutazioni hanno dato poteri incredibili ad alcune persone e cerca di sviluppare un briciolo di trama attraverso le connessioni di questi mutanti di nuova generazione alle prese con una situazione apparentemente più grande di loro. Bello? Magari. La serie è fatta talmente male che su qualsiasi punto è riscontrabile un difetto, che sia grande o piccolo.
Decentramento della narrazione, regia inconcludente, sceneggiatura approssimativa, caratterizzazioni al limite dell'idiozia, incoerenza di natura sia tecnica (alcune cose sono così evidentemente stupide che o lo sceneggiatore ci prende per i fondelli o è stupido lui) sia – cosa ben più grave – narrativa.
I pochi personaggi che si salvano sono Peter (tratteggiato bene, anche se la scelta di Kring è discutibile), Claire e famiglia (perfetti) e Hiro (ironico al punto giusto, caratterizzato egregiamente). Il resto è un brodino allungato che ti porta fino al finale – molto più intelligente di tutto il resto – che si dimostra l'unica cosa azzeccata.
In definitiva la serie televisiva dell'anno (?! è proprio vero che il marketing è efficace) è di una noia mortale – ed è un peccato, vista la base di partenza – soprattutto perché diviene inconcludente nell'intreccio quando decide di portarti da un posto all'altro: ogni volta che miss due forze e figlioletto computerizzato mi apparivano sullo schermo la voglia di proseguire calava drasticamente del 99%.
Di tutta la serie, un buon 70% è declinabile. Potevano fare 5 o 6 puntate fatte bene e saremmo tutti più felici.

PogoOpossum alle ore 11:20 | commenti (28)
categorie: serie tv

 

giovedì, 27 settembre 2007

Il sigillo di Bergman

Una partita a scacchi con la morte. Il viaggio del ritorno a casa attraverso le piaghe dell'umanità. Bergman ci guida con un tocco carico di simbolismo in un percorso esistenzialista, terrorizzato dal silenzio di Dio.
Antonius Block è un crociato che torna dopo dieci anni a casa, ateo e sfiduciato. Ad attenderlo sulla spiaggia la falce mietitrice di vite umane: il cavaliere decide di sfidarla a scacchi e avrà salva la vita finché durerà il gioco. Nel suo viaggio verso casa, tra una mossa e l'altra, il cavaliere incontrerà i segni lasciati dalle tragedie umane: la guerra, la peste, la collera, l'adulterio, il fanatismo. Sempre più sfiduciato, Antonius si riscatta salvando una famiglia di saltimbanchi felici, poco prima di perdere la partita. Entrata ormai nella leggenda la scena finale, con la morte che accompagna i personaggi tenendoli per mano. La scena venne girata dall'autore svedese alla fine della giornata lavorativa quando gli attori erano già andati via; al regista apparve un cielo meraviglioso e per non perdere l'occasione raccolse alcuni membri della troupe, li vestì in tutta fretta e girò pochi minuti, improvvisando e senza possibilità di ripetere.
Il settimo sigillo è, probabilmente, il punto più alto del maestro svedese; contaminato dal clima creatosi negli anni Cinquanta – con la paura dell'olocausto nucleare e della guerra fredda – e  dall'esistenzialismo europeo è il primo film del regista con tematica religiosa.
Equilibrato tra intimismo e universalismo, Bergman con il suo capolavoro – a cinquant'anni esatti dall'uscita – ci dice che c'è sempre tempo per fare del bene.

PogoOpossum alle ore 14:53 | commenti (34)
categorie: cinema

 

lunedì, 24 settembre 2007

Appunti dall'estate: il ritorno dell'orco

L'orco più amato nella storia del cinema torna con la sua terza avventura, stavolta meno geniale e pungente, ma con una storia che fila via che è una bellezza.
Come dire: i creatori si sono concentrati sulla fabula (e sul – minimo – intreccio) più che in precedenza, cedendo però sul piano della brillantezza e della verve che aveva contraddistinto la saga.
Inutile sottolineare che l'animazione è a livelli mai visti.

Shrek terzo
, insomma, non delude, pur non rispettando le attese.

PogoOpossum alle ore 22:51 | commenti (10)
categorie: cinema

 

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Se volete mandare messaggi spedite telegrammi, non fate film!

Samuel Goldwyn
(il tizio in mezzo a Metro e Mayer; uno che evidentemente di cinema non ne capiva...)

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