
Nicolas Cage è l'Indiana Jones del nuovo millennio, anche se con le dovute proporzioni (il suo Benjamin Franklin Gates non avrà mai lo stesso fascino e Cage non è certo Harrison Ford) ed insieme al bravissimo Turteltaub, che non è certo Spielberg (gli servono altri 1000 anni, ma intanto è sulla buona strada) da vita ad un divertente viaggio sulle montagne russe dell'avventura con il seguito del già buono Il mistero dei Templari; Il mistero delle pagine perdute è una pellicola ben calibrata che non maschera la sua voglia di divertire e di far passare ore liete in sua compagnia.
Infine, il grandissimo film firmato Ridley Scott: American Gangster. Un grandissimo saggio di come un film va diretto, interpretato, montato, sceneggiato, fotografato. Nulla da dire, nulla da aggiungere al perfetto meccanismo oliato dal grande regista statunitense (e dal montaggio del troppo bravo Pietro Scalia). Se è capolavoro o no, lo dirà solo il tempo. Intanto ci facciamo brillare gli occhi. Film così se ne vedono sempre meno e rischia di essere un fiore nel deserto, un grido inascoltato che rivendica quella qualità professionale che è necessaria al cinema.
miglior film visto nelle sale in questo primo periodo 2008 è Scandalo a Philadelphia (The Philadelphia Story per gli amanti dell'inglisc): straordinaria interpretazione di una divertente sceneggiatura di tre degli attori più bravi mai visti, anche se i sottotitoli non erano molto curati.
Il più grande film di tutti i tempi diretto dal più grande regista della storia. Viale del Tramonto è un'opera amara e indimenticabile. È uno sguardo su Hollywood e una cinica parabola sulla decadenza di molte star del muto. È un perfetto esempio (il più riuscito) di cinema nel cinema; una prova registica senza pari; una prova attoriale non confrontabile; una sceneggiatura perfetta.
aramount che presta i suoi studi, De Mille che è se stesso), con la storia del cinema.
Mese ricco di uscite interessanti, tra topi che fanno i cuochi e poliziotti che fanno i duri. La Pixar torna a far cartoni per bambini (e meno male che ogni tanto qualcuno si ricordi di loro) ma che tanto piacciono anche agli adulti; purtroppo, Ratatouille è deludente se si esclude la straordinaria animazione e la tecnica perizia messa in campo da quelli di Emmeryville: la storia è blanda – un topo che vuole fare il cuoco e un deficiente, che non a caso è l’erede del ristorante, che si fa guidare da esso – e il sottotesto è debole (meglio un film senza sottotesti, che un film che non sa portarli avanti). Della serie lancia il sasso e ritira la mano, a parte la stilettata doverosa verso la critica (che tanto non capirà). Assenza totale di sarcasmo, ironia o giocoso divertimento cibario, pieno di telefonate (il finale era così chiaro da essere ridicolo). Probabilmente alla Pixar manca qualcosa della Dreamworks, acida e corrosiva, proiettata fin troppo verso il mondo degli adulti (basti vedere il modo di intendere l’animazione completamente diverso). Insomma, un film che si dimentica facile (e che non fa ridere) dopo un paio di giorni, senza togliere meriti ai suoi creatori, comunque bravissimi. Che bello, tuttavia: nel campo dell’animazione sembra di stare ai tempi d’oro di Hollywood, tra la Paramount brutta, sporca e cattiva (Dreamworks) e la MGM sontuosa, elegante e raffinata (Pixar). Io sto con la Paramount da sempre.
Die Hard 4 è straordinario. Questo giovincello, tale Wiseman (se non si perde, farà strada!), gira benissimo, curando la mdp afflitta da quell’odiosa malattia che la fa saltellare a destra e sinistra in ogni film d’azione e che sembrava un male necessario: finalmente qualcuno che dirige come si deve un film d’azione. Asciutto, chiaro, essenziale. Dentro l’inquadratura, invece, adrenalina pura, con dialoghi scoppiettanti e Bruce Willis più duro che mai. Che bello. Chi se ne frega se il protagonista ha lo spessore di una figurina (a parte che essendo il 4° capitolo, un certo retroterra ormai ce l’ha), ogni tanto ci piace racchiuderci in un’avventura inverosimile, con auto che abbattono elicotteri in volo e sparatorie di qui e di la che ci fanno passare un paio d’ore in leggerezza. Yuppi, yah, yeah.
egreto del cinema: The Bourne Ultimatum è uno straordinario meccanismo con una storia così forte alle spalle da fartelo piacere a tutti i costi. Paul Grengrass è bravo nel suo campo, non vi è dubbio, ma il suo linguaggio cinetelevisivo con quella macchina che si muove continuamente (diamine! Non hanno più soldi neanche per comprare una bella gru nuova quelli della Universal?) un po’ irrita e se nel secondo ho rimpianto Liman (dopo il primo capitolo passato alla produzione), che non è nemmeno niente di speciale, nel terzo ho rimpianto un Wiseman qualunque. Per fortuna la storia e il cast sono così perfetti – e anche il montaggio adrenalinico ci sta tutto – che ti fanno dimenticare questi brutti pensieri dopo cinque secondi e ti godi tranquillamente il film (certo, il dubbio resta: chissà che non veniva fuori un capolavoro con un grande regista). Storia bellissima, dunque. Tutta la trilogia è straordinaria e ha dalla sua un fascino tutto particolare. Jason Bourne è il miglior agente segreto della storia del cinema, perché tridimensionale, caratterizzato benissimo, il cui retroterra resta oscuro per lui e noi (la ragazza era la fidanzata o la sorella?). Matt Damon è perfetto ed è ormai come Sean Connery per James Bond: è il David Webb divenuto Jason Bourne. Questo 3° capitolo non delude e quel finale fantastico, stampato sul sorriso di Julia Stiles è un’invenzione sublime.
uel treno per Yuma è un film che si lascia guardare, anche se Mangold non ha i tempi del racconto western e la tensione filmica è pari a zero; ci prova e va ammirato, ma i clichè restano tali e la pellicola non decolla. Ottimo Russel Crowe, bravo Bale (che non ho mai considerato più di tanto, ma solo gli stolti non sanno rivedere le proprie posizioni) anche se sembra un pesce fuor d’acqua; forse non c’è più materiale per l’epica western, oppure non ci sono i bravi a farlo. Intanto speriamo sia un inizio per qualcosa di meglio; ci manca così tanto il western da queste parti.
Infine, la nuova fatica di Gilliam: dopo la buona prova – chissà perché non apprezzata da molti – de I fratelli Grimm e l’incantevole strega, è tornato con questo Tideland; belle inquadrature, bellissima fotografia. Sul resto… quale resto? Il film? Non c’è nessun film (straordinario comunque Jeff Bridges). Non se ne sentiva il bisogno, ma tutto sommato è dal 1985 che non si sente il bisogno di Gilliam.
Un futuro ambiguo dove agli umani si affiancano dei replicanti, macchine dalla vita brevissima (4 anni) e dotate di ricordi artificiali di un passato mai vissuto. Ricordare, tuttavia, non è anche vivere?
È l’emblema della linea chiara, della scuola belga (meglio conosciuta come franco-belga), un simbolo della storia del fumetto mondiale, frutto di un geniale quanto indispensabile autore che con quest’opera ha inventato quello stile – definito linea chiara, appunto – che grazie ad altri ha contribuito a diversi capolavori del fumetto mondiale (da Giardino a Van Hamme): Georges Remi, in arte Hergé, classe 1907.
Io vi dichiaro Marito e marito: commediuola degli (fintamente) equivoci con il solito bravo Sandler a riempire la scena, qualche volta si ride, il più delle volte no; da non sottovalutare il sottotesto impegnato sulla discriminazione, perlomeno ci provano, ultimamente.
sono ormai
uno stanco riproporre un politicamente scorretto che non è, perché poi, alla fine, di messaggi rivoluzionari ne hanno sempre avuti pochi.
Prendete un'idea banale (all'epoca era geniale, ma il tempo stempera...) che, tutto sommato, funziona a meraviglia e inseritela in un contesto di destini incrociati di persone inconsapevoli (alla J.J. Abrams, per intenderci): quello che otterrete sono i nuovi X-Men aggiornati al 2000; Heroes parte dall'idea che l'evoluzione umana sia in pieno sviluppo, che alcune mutazioni hanno dato poteri incredibili ad alcune persone e cerca di sviluppare un briciolo di trama attraverso le connessioni di questi mutanti di nuova generazione alle prese con una situazione apparentemente più grande di loro. Bello? Magari. La serie è fatta talmente male che su qualsiasi punto è riscontrabile un difetto, che sia grande o piccolo.
L'orco più amato nella storia del cinema torna con la sua terza avventura, stavolta meno geniale e pungente, ma con una storia che fila via che è una bellezza.
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Se volete mandare messaggi spedite telegrammi, non fate film!
Samuel Goldwyn
(il tizio in mezzo a Metro e Mayer; uno che evidentemente di cinema non ne capiva...)
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